martedì 29 gennaio 2008

IL VILLAGGIO DELL'ORISSA

testo e foto ancora da inserire: ci aggiorneremo presto. Intanto chiediamo scusa per il disguido.
Stiamo lavorando...
COME SONO NATI I CAMPI PROFUGHI E PERCHÈ

Nel 1959 la Cina maoista completò l’invasione armata del Tibet, iniziata dieci anni prima, che ha causato circa 1milione e 200mila vittime e la distruzione di 6mila monasteri.
Il Dalai Lama (Kundun), per non cadere in mani cinesi, non ebbe altra scelta che abbandonare il suo paese. Dopo due settimane di fuga, trovò rifugio in India, a Dharamsala, dove venne istituito il Governo Tibetano in Esilio.
L’India accolse Kundun con le migliaia di tibetani che lo seguirono. Diede dei terreni ai profughi: quelli in cui la popolazione indiana non si era mai insediata. Terreni aridi, difficili da coltivare, diventarono l’unica possibilità per il popolo tibetano in fuga di preservare la propria cultura.
La prima generazione di tibetani in India ebbe gravi problemi sanitari, alcuni irrisolti ancora oggi: tubercolosi, tifo, malaria. Tra le cause di questi malanni, il rapido cambiamento di clima: dall’aria tersa e fredda dei 4.500 metri dell’altopiano tibetano, al livello del mare, con caldo e umidità.
Nel 1989 il Dalai Lama ha anche ricevuto il premio Nobel per la pace, per la sua capacità di reagire in modo non violento all’invasione.
Oggi nei campi profughi vive la terza generazione di tibetani: giovani che non hanno mai visto la loro terra e che crescono in difficoltà sanitarie ed economiche. Alle centinaia di migliaia di tibetani nei campi, si aggiungono i quasi 10mila che ogni anno – con non poche pene – lasciano ancora il Tibet per trovare rifugio in una terra libera. L’esodo continua.
Sono tre gli stati che hanno aperto le porte al popolo in fuga: India, Nepal e Buthan. Due i centri di accoglienza: Dharamsala in India e Katmandù in Nepal.
Il campo profughi è diventato ormai l’unico modo per salvare la millenaria cultura tibetana, legata agli insegnamenti di pace del buddismo.
Finché non arriverà un nuovo giorno, in cui Il Tetto del Mondo potrà rivedere la sua gente.

I TIBETANI IN TIBET

Dopo la fuga del Dalai Lama, in Tibet le cose peggioravano. Il territorio fu ridimensionato e chiamato, dal Governo Cinese, “RAT”: Regione Autonoma Tibetana. Vennero avviate sedute di educazione patriottica, dove i tibetani dovevano (e devono ancora oggi) ripudiare il loro indiscusso capo spirituale – Kundun -, rinunciare alla religione e alla loro cultura.
Le discriminazioni, ancora oggi, sono fortissime: i piccoli tibetani non hanno la possibilità di proseguire gli studi; le donne subiscono aborti e sterilizzazioni forzate; è vietato, se non per fini turistici, il buddismo; dimostrare apprezzamento per il Dalai Lama equivale a essere “ribelli”; nel lavoro i tibetani hanno stipendi inferiori e mansioni più dure; vige la regola dell’esproprio senza rimborso.
In Cina, poi, esistono l’incarcerazione senza processo e la tortura: stupri, prelievi forzati di sangue, botte, ustioni, ecc.
Infine, gli ultimi dati riferiscono che nella RAT a fronte di 6 milioni di tibetani sono già stati inseriti più di 7,5 milioni di cinesi come coloni.
L’ambiente naturale è ormai danneggiato: quello che è chiamato Il Tetto del Mondo vede lo scioglimento dei suoi ghiacciai perenni a causa dell’inquinamento. L’ecosistema naturale ha subito danni irreparabili. Tra gli ultimi interventi cinesi che hanno causato tali scempi ci sono la ferrovia Pechino-Lhasa (considerata la più alta del mondo) e l’autostrada sull’Everest, che garantirà l’accesso su gomma fino al primo campo base.
A questo si aggiunge ancora che il Tibet, da sempre simbolo di pace, è stato trasformato in una potente base militare: più di 500mila soldati cinesi sul territorio, e circa 550 testate nucleari.
Nel 1960 la Commissione di Giustizia Internazionale ha rilevato in Tibet atti di genocidio e la violazione di sedici articoli della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo.